Memorie
I novantasei soldati di Gesso
Tra il 15 gennaio e il 12 giugno 1675 l'obituario della parrocchia di Gesso registra 96 soldati dell'esercito spagnolo sepolti nelle chiese del villaggio. La guerra franco-spagnola seguita alla rivolta di Messina, letta in un registro parrocchiale.
Nell'archivio della parrocchia di Gesso si conserva il Liber mortuorum che va dal 3 gennaio 1670 al 7 settembre 1699. Tra le sue pagine, fra il 15 gennaio e il 12 giugno 1675, compaiono 96 atti di morte diversi da tutti gli altri: accanto al nome c'è la qualifica «miles S.C.M.», soldato di Sua Cattolica Maestà. Sono i caduti dell'esercito spagnolo sepolti nel villaggio durante la guerra seguita alla rivolta di Messina.
Gli atti, in latino, seguono tutti la stessa formula: la data, il nome, la provenienza, la frase «migravit ex hac ad meliorem vitam», e il luogo di sepoltura, sempre in suolo consacrato di una chiesa del villaggio. Mai la causa della morte.
La guerra arriva sui monti
Nel luglio 1674 Messina si ribella alla Spagna: caccia lo straticò Don Diego Soria e chiama in soccorso le armate di Luigi XIV. Due giorni dopo l'inizio della ribellione, il 9 luglio, il Senato cittadino dispone di occupare e munire Gesso, proprio per custodire la strada d'accesso alla città attraverso le montagne.
La risposta spagnola arriva a fine anno: tra il 26 e il 30 dicembre 1674 sbarcano a Torre Faro 3.000 soldati spagnoli e milanesi, e nella notte tra il 29 e il 30 Gesso si sottomette alle forze del re di Spagna insieme a Saponara, Bauso, Calvaruso e altri villaggi, senza perdite. A inizio gennaio gli Spagnoli occupano anche i passi di Cumia e di San Rizzo e si spingono fin quasi alle porte della città.
I nomi del registro
Il 15 gennaio 1675 il registro annota il primo caduto: il sardo Antioco de Nonnis. Da lì la mortalità disegna una parabola che tocca il picco in marzo — 41 morti nel solo mese, cinque in un solo giorno, il 21 — per poi scendere fino ai tre di giugno.
Chi erano? Su 96 defunti, 61 erano italiani — venti lucani, diciotto calabresi, dieci sardi, sei pugliesi — 32 spagnoli e tre di patria ignota. Due terzi italiani, per metà dal Regno di Napoli: molto probabilmente contadini. Un solo siciliano, di Palermo. Quasi tutti semplici soldati; fra loro due sergenti, due mastri artigiani, due timpanisti e due uomini con titolo nobiliare. Quattro erano sposati, e le mogli — Ponzia, Antonia, Caterina e Maddalena — erano probabilmente donne del luogo.
Ventisette morirono senza ricevere nemmeno un sacramento: «evidentemente morirono sul colpo». A Gesso non si combatterono battaglie campali: i morti dei primi mesi sarebbero feriti riportati dai camerati o caduti in scaramucce con le pattuglie franco-messinesi in cerca di vettovaglie; da marzo in poi pesano la fame, gli stenti e le malattie.
Sepolti nelle chiese del villaggio
Gesso contava allora almeno cinque chiese: la matrice Sant'Antonio Abate, San Sebastiano, Santa Maria del Soccorso, Santa Maria delle Grazie e San Francesco di Paola. I caduti vi furono sepolti a rotazione, e un atto del 18 febbraio 1675 rivela una misura d'emergenza:
«in cemiterio noviter extructo subtus Ecclesiam Sanctae Mariae de Gratia» — in un cimitero costruito da poco, apposta per la guerra, sotto la chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Il 12 marzo 1675 morì anche un capitano, Don José Chagoyen, capo di una coorte: l'atto lo dice «Miserandus» e lo registra sepolto — probabilmente con tutti gli onori militari — nella chiesa madre di Sant'Antonio Abate.
Il villaggio conteso
Intanto la guerra girava attorno al villaggio. Dopo la battaglia navale di Stromboli, vinta il 10 e 11 febbraio 1675 dai Francesi del duca di Vivonne, gli Spagnoli allentarono la stretta su Messina e si ritirarono proprio a Gesso, a San Placido e a Scaletta, raccogliendo con il quartier generale di Milazzo circa 20.000 armati. Il 18 marzo un bando del viceré minacciava la pena di morte per i disertori, per chi trattava col nemico, per chi saccheggiava le chiese o violentava le donne, «anche se nemiche». E a Messina circolava la voce che gli Spagnoli chiudessero un occhio sui viveri introdotti in città, esigendo come gabella 6 tarì dalla parte di Gesso e 12 da quella di Scaletta.
Il 10 giugno 1675 il marchese di Vallavoire uscì da Messina con 5.000 fanti e 400 cavalli, finse di attaccare Scaletta, valicò di notte le montagne ed espugnò Monforte San Giorgio: gli Spagnoli, presi dal panico, abbandonarono Gesso, fino ad allora comandata dal generale Aguirre con una guarnigione di 1.025 uomini. Nel villaggio restarono i battaglioni francesi di Piccardia, Crussol e Louvigny, fino al 2 gennaio 1676, quando gli Spagnoli di Don Gaspare Borgia, appoggiati dal mare dalla flotta olandese dell'ammiraglio Ruyter, ripresero Gesso d'assalto, facendo prigionieri il comandante Monsieur Ventimiglia, il messinese Don Placido Reitano e un centinaio di soldati. Borgia vi lasciò una guarnigione di 400 uomini, che nell'ottobre 1676 dovette a sua volta abbandonare il villaggio dopo la campagna francese nella Sicilia orientale. Nel marzo 1678, con l'evacuazione segreta delle truppe francesi dalla Sicilia — «che ebbe tutto l'aspetto di una fuga» — «Gesso tornò agli Spagnoli, così come la Sicilia intera».
Il registro dei morti, invece, è rimasto. L'archivio parrocchiale di Gesso, con i libri dei battesimi e dei matrimoni dal 1586, è arrivato pressoché intatto fino a oggi: è lì che la guerra franco-spagnola si legge ancora, nome per nome.