Memorie
Il rostro che emerse dalla sabbia
L'8 settembre 2008, davanti ad Acqualadroni, un oggetto di bronzo emergeva con la sola parte superiore da un banco di sabbia e roccia, su un fondale di appena 7 metri, a poca distanza dal bagnasciuga. La Capitaneria di Porto di Messina e la Soprintendenza del Mare fondata da Sebastiano Tusa lo recuperarono con un intervento congiunto, prima che diventasse preda dei clandestini. La scoperta fu fortuita: il rostro giaceva a soli 120 metri da un sito sottomarino già in corso di indagine, col tridente orientato a ovest, parallelo alla costa.
L'arma che ha colpito
È il rostro di una nave da guerra di oltre duemila anni fa: lo sperone di prua in bronzo, fuso a cera persa, lungo circa 1,6 metri per 250-300 chili di peso. Dentro il metallo si conserva ancora il legno di pino e leccio della chiglia, con i perni di fissaggio. Tre lame orizzontali rinforzate da una verticale disegnano il profilo «a tridente»; sotto le lame, su ogni lato, è incisa nel bronzo la sagoma stilizzata di un tridente, allusione a Poseidone. A decorarlo, tre spade per lato di due tipologie: una machaira dalla lama curva, col pomolo a testa d'aquila o di grifone, e una xiphos dall'elsa a corna d'ariete.
La lama superiore è piegata verso l'alto da un urto frontale: questo rostro ha speronato. Apparteneva probabilmente a una nave da guerra di 20-25 metri, una trireme di modello ellenistico.
Il colpo di scena della datazione
Alla scoperta si pensò subito alla battaglia di Nauloco del 36 a.C. e a Sesto Pompeo. Le analisi smentirono tutto: il carbonio-14 sul legno — 17 campioni analizzati dall'Università di Firenze con l'INFN — colloca il rostro fra il 360 e il 190 a.C., due secoli prima. È l'epoca della prima guerra punica: secondo gli studi la nave può essere stata danneggiata nella battaglia di Milazzo (260 a.C.) o di Tindari (257 a.C.) e affondata mentre cercava di raggiungere la base romana di Messana. Proprio in queste acque, il 10 marzo del 260 a.C., la battaglia di Mylae fu la prima vittoria navale di Roma sulla flotta cartaginese. Se la nave battesse bandiera romana o punica, non c'è certezza.
Un cimitero di navi
Il mare davanti ad Acqualadroni custodisce almeno quattro relitti antichi: il relitto «Freschi», noto dal 1991; il sito con la grande ancora romana in ferro e la macina di bordo; il rostro; e i resti di una nave datata al 215 a.C. circa grazie a monete rostrali. E a Capo Rasocolmo — l'antico Phalakrion Akron, il promontorio più settentrionale della Sicilia — giace il carico di una nave che apparteneva con molta probabilità alla flotta di Sesto Pompeo, affondata alla battaglia di Nauloco: un gruzzolo di 51 monete datate attorno al 36 a.C., per metà di zecche pompeiane, e una lamina bronzea iscritta a puntini «CNP MAGNUS», interpretata come il collare di uno schiavo di Cneo Pompeo.
Il nome stesso del borgo prolunga il tema del mare conteso: il censimento regionale dei nuclei storici registra Acquarone come corruzione di «Acqueladroni» e vi riconosce, col torrente dei Corsari, una probabile base della corseria mediterranea fra XVI e XVIII secolo.
Dove vederlo oggi
Restaurato dal Centro di Restauro del Legno Bagnato di Pisa, il rostro è esposto al Museo Regionale «Maria Accascina» di Messina, in viale della Libertà 465, accanto alle dieci gallocce bronzee a testa di cigno del relitto di Capo Rasocolmo.